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Orange 2019, Hermau

Giro in Darsena e assaggio di questo Alpi Retiche IGT. Vino biologico macerato per 120 giorni in anfore di terracotta. L’arancio dorato e brillante risalta come un gioiello sui toni cupi delle acque del Naviglio. Come se quel sole preso sui terrazzamenti di Pianazzola (SO), fosse rimasto imprigionato in bottiglia ed ora tornasse a risplendere nel calice. Al naso è un tripudio aromatico di frutta candita, albicocca, frutto della passione e pasticceria dolce. 

Sarà che si avvicina il Natale ma penso al profumo del panettone con l’uvetta e i canditi. L’uvaggio è suddiviso per la stessa percentuale tra l’aromatico Gewurtztraminer e il Souvignier Gris (Piwi). Il sorso è asciutto, teso, persino salino. Gli aromi dolci nasali lasciano spazio a sentori balsamici e un finale amarotico. Mantiene sempre una bella tensione che gli dona personalità e finezza.  Offre l’aromaticità tipica dei vitigni usati senza diventare “noioso” come a volte succede assaggiando certi Gewurtztraminer. L’anfora gli ha conferito mineralità e un respiro lungo. L’acidità e la temperatura di degustazione, sugli 8°, tengono sotto controllo il volume alcolico del 14% che altrimenti si sentirebbe velocemente. 

Gran vino, caleidoscopico e luminoso. Complimenti al produttore, Maurizio Herman, per l’impronta che gli ha dato. Sapere che arriva da un passato di assaggiatore e sommelier è la dimostrazione che anche il “sogno proibito” di tanti appassionati può diventare realtà e nel suo caso è una realtà di grande qualità. Un pochino lo invidio lo ammetto… Rimetto gli occhi sul Naviglio Grande, non ha più assembramenti, la movida è un ricordo lontano, però questo tocco di luce dell’Orange di Hermau gli ha ridato vita. Non è un vino da passeggio, è piuttosto un vino da gustare con calma, in un’antica osteria e con un formaggio molto stagionato. Con l’alzarsi della temperatura si ammorbidisce facendo uscire note di frutta secca e sciroppata. Potrei aspettare ancora qualche ora o assaggiarlo domani trovandoci qualcosa di nuovo. L’ultimo sguardo è all’etichetta, ai frammenti colorati che la riempiono, come in un caleidoscopio. 

Ps. Il commento sintentico dell’altro calice;  “buono questo”, La mia risposta; ‘“te credo, è l’Orange di Hermau!” 

Hermau di Maurizio Herman, Via E. Vanoni 256, loc. Pianazzola, Chiavenna (SO) – sito

Vagabondo bianco 2017 Le Anfore, Marcel Zanolari

Il tramonto su Milano non sarà come quello sul mare o sulle montagne Valtellinesi ma ha comunque il suo fascino, soprattutto se arriva dopo giorni di nebbioni. L’ultimo sole fa brillare i toni aranciati del Vagabondo nel calice. Sentendone i profumi gioisco per trovarmi di fronte ad un vino che già all’olfatto racconta una storia.

Si apre su note di moscato e fiori bianchi, ricordi da “vino passito” di albicocca e canditi. Le uve bianche da varietà di Riesling (15 diversi cloni) e di Moscato (Piwi), macerano sulle bucce per oltre tre mesi, in anfora. Fermenta naturalmente con i lieviti presenti sugli acini e in cantina, svolge la malolattica e non viene filtrato.

All cieca, dopo aver sentito i profumi, ti aspetteresti un vino dolce, ed eccolo invece secco e fresco con una punta amarotica e speziata. Si percepisce in contemporanea una presenza tannica astringente e una sensazione burrosa accompagnata con armonia da una vena sapida e minerale.

Il produttore è Marcel Zanolari di Bianzone (SO), in Valtellina. Opera una viticoltura biologica e biodinamica certificata.

Nel frattempo ho apprezzato il retrogusto che rimanda alle note del moscato, uva spina, rosa… È ancora in bocca, con una persistenza infinita. Si scioglie sui sentori dolci dell’olfatto e, come su una giostra che ha terminato il giro, non vedi l’ora di farne un’altro per quanto ti sei divertito. 

In qualche modo quella struttura potente ma elegante che caratterizza i rossi di Chiavennasca (Nebbiolo delle Alpi) la si ritrova anche in questo Vagabondo, degna espressione in bianco del territorio Valtellinese.

Casa vinicola Marcel Zanolari di C.V.L.T. , Via Teglio 6/10, Bianzone (SO) – sito

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