Come far crescere il mondo PIWI?
Ne parliamo da anni, si svolgono convegni, degustazioni e fiere, eppure i PIWI e i vini che ne derivano sono ancora sconosciuti ai più. Cosa ne impedisce la loro diffusione nei vigneti e sugli scaffali?
Annotazioni e suggerimenti senza filtri
Si potrebbe sintetizzare che manca la Comunicazione sui PIWI per farli conoscere e diffondere. Manca una informazione diffusa e continua verso gli operatori del settore e i consumatori.
Pensando ai viticoltori, devono essere loro in primis a crederci, attraverso la garanzia di avere a disposizione piante resistenti con reali prospettive di minori trattamenti e varietà adatte ad ottenere grandi vini. Solo con queste premesse si può pensare di piantare PIWI e programmare nuovi vini da commercializzare.
Poi la situazione migliorerebbe se questi vitigni fossero finalmente inseriti nei disciplinari delle DO. L’Europa ha già deliberato in proposito, in Italia aspettiamo ancora la cancellazione di quel comma sulla legge del vino che ne vieta l’utilizzo.
Sempre a livello legislativo la situazione delle autorizzazioni è a macchia di leopardo, con Regioni dove non è autorizzata alcuna varietà PIWI. Se il tema sostenibilità fosse davvero importante come dicono tutti, le varietà PIWI dovrebbero essere autorizzate senza eccezioni e in tutte le Regioni. In un mercato libero dovrebbe essere il viticoltore a decidere in totale libertà cosa piantare. La protezione delle varietà tipiche tradizionali avviene già attraverso i disciplinari che ne richiedono la presenza nella percentuale più rilevante. Autorizzarne al loro interno una percentuale PIWI minore non danneggerebbe nessuno, se non chi vede (erroneamente) nei PIWI qualcosa di estraneo al genere Vitis.

Nell’universo dei Sommelier c’è qualche apertura ma l’impressione è quella di muoversi tra chi non ne sa niente e chi dispensa giudizi sulla base di dogmi intoccabili, ovvero l’espressione varietale del determinato vitigno. Nei PIWI, per loro natura di incrocio, l’espressione aromatica non è sempre così corrispondente al genitore nobile e questa anziché essere vissuta come caratteristica della nuova varietà viene interpretata come lacuna. Ci vorrebbe maggiore apertura verso le nuove identità, hanno molto da offrire. Anche la critica sovente fatta sull’acidità nei bianchi PIWI andrebbe rivista, i gusti evolvono e garantisco che dopo aver assaggiato diversi PIWI se ne apprezza proprio questa qualità, facendo sembrare taluni bianchi tradizionali dei vini spenti e seduti. Occorre un approccio diverso, di apertura al nuovo, nella consapevolezza che i vini e i gusti cambiano. Occorre sensibilizzare i Sommelier sulle tematiche ambientali legate alla produzione del vino. Sapere quali malattie e che come vengono contrastate deve essere un argomento di primaria importanza, per far capire quanto il miglioramento varietale dei PIWI possa avere un impatto positivo sul sistema vitivinicolo.
Pensando ai consumatori e ad altri ostacoli che rallentano la diffusione dei PIWI, viene spesso rimarcata la difficoltà nel raccontarli. È vero, implica una conoscenza e un’apertura mentale che non tutti hanno. Resta comunque un problema minore e facilmente risolvibile con un minimo investimento di tempo.
Saperli raccontare, spiegandone la loro origine e l’alto valore di sostenibilità aiuta nella vendita ma questo non basta.
La vera differenza la fa come sempre la qualità del vino prodotto, intesa come complessità, armonia e piacevolezza percepita da chi li assaggia. È questo il vero tema di confronto. Sia che si pensi al viticoltore piuttosto che al consumatore.
La differenza qualitativa è la discriminante quando si mettono a confronto i PIWI con “gli altri”, nella molteplicità delle definizioni, “naturali”, biologici, biodinamici, convenzionali e quant’altro. La differenza di categoria/provenienza è secondaria, conta che siano buoni, buoni davvero. Può sembrare una banalità ed invece deve essere il faro per arrivare sugli scaffali con autorevolezza e con il giusto prezzo.
Spesso faccio assaggiare dei nuovi vini o delle campionature per avere un riscontro dai clienti e non è un caso che i vini che preferisco conquistino quasi sempre anche il loro palato. Saper riconoscere un buon vino non è una dote esclusiva dei tecnici del vino, sommelier, enologi ecc., anche il semplice appassionato viene conquistato da un buon vino se ha la possibilità di provarlo.
Tra i PIWI ci sono vini che inizi ad assaggiare e non smetteresti più fino a svuotare la bottiglia, ed altri che ti fanno esplodere in testa mille interrogativi. Trovo che in alcuni bianchi vi sia una standardizzazione che è diventata stancante, fatta di vini abboccati, con sentori fruttati dolci che rasentano lo stucchevole e che non piacciono più a nessuno. Penso a certi Souvignier Gris e Soreli ad esempio, quelli davvero buoni sono pochissimi. Guardando la sfera dei rifermentati ne sono arrivati tanti, spuntati come funghi, e malgrado il boom di consumi in questa categoria sia ormai passato. Inoltre, si trovano produzioni con prezzi inspiegabili, difficile che un consumatore spenda 25 euro per un ancestrale PIWI e non scelga invece un Metodo Classico… Anche nel segmento dei rossi ci sono difficoltà, il mantra è ancora quello del “c’è ancora strada da fare”, forse manca la pazienza di svolgere affinamenti più lunghi per avere grandi rossi e quella esperienza che fa gestire il processo in modo specifico per quella varietà. Di vini freschi e beverini ce ne sono parecchi, buoni per carità, ma servono anche i competitor dei grandi rossi toscani e piemontesi.
L’assaggio e l’apprezzamento del consumatore sono l’ultima e più importante conferma del buon lavoro svolto in vigna e in cantina. La qualità è la leva dominante per l’acquisto, pensare che basti abbassare il prezzo per rendersi appetibili può funzionare una volta ma poi il cliente non compra più quel vino se non è “wow”. Magari funziona nella grande distribuzione ma la realtà dei produttori PIWI è fatta prevalentemente da piccole/medie aziende che vendono a ristoranti, enoteche e in proprio. In questa dimensione una delusione può determinare una messa al bando che poi è difficile da recuperare. È fondamentale guardare al proprio lavoro con la massima criticità. Meglio non mettere in vendita se ci sono dei dubbi. Tante volte mi sono stati presentati vini con grande enfasi e abbondanza di aggettivi celebrativi che poi all’assaggio sono svaniti in un istante. Nei PIWI ci sono riferimenti qualitativi di Aziende che operano da tanti anni con queste varietà e che andrebbero studiate prima di lanciare un nuovo vino che non raggiunge un risultato che possa definirsi di qualità. Ognuno pensa che il proprio vino sia il migliore ma purtroppo non è così. Non è un caso che i nomi storici nel mondo del vino in generale facciano dei vini eccellenti, c’è stato tanto studio e sperimentazione prima, e ricerca della perfezione per rimanere ad alti livelli.

Un altro aspetto che contribuisce all’acquisto e quindi alla diffusione, è quello della comunicazione attraverso l’etichetta posta sulla bottiglia. Dovrebbe essere curata e suscitare interesse, purtroppo se si guardano i tanti vini PIWI in commercio non sempre è così. L’etichetta ‘fatta in casa’ può far risparmiare al momento ma essere anche il maggior problema di vendita. Vale il discorso del vino, bisogna essere critici, non è detto che se piace a noi allora piace anche agli altri. Meglio farla giudicare da tante persone diverse e tra altre etichette concorrenti, senza condizionamenti, senza che si sappia che è la nostra.
Sul prezzo. Deve essere il giusto mix tra il valore del lavoro svolto e la qualità raggiunta andandolo poi a contestualizzare nel canale di vendita e con i competitor. Potrebbe essere meglio venderlo a qualche euro in meno che averlo invenduto in cantina. Scegliere un prezzo elevato può funzionare se si finisce in ristoranti di alto livello, ma se la distribuzione è in una normale enoteca provate a immaginare quanto sareste disposti a spendere voi, considerando anche il ricarico medio che deve fare chi il vino lo vende.
Nella vendita dei PIWI c’è il racconto che può fare chi lo propone. Dal terroir di provenienza alla storia delle persone che lo producono fino alle caratteristiche di sostenibilità che solo i PIWI possono offrire. Come detto all’inizio non è la prima leva per determinare l’acquisto ma a differenza di altre tipologie di vini c’è tanto che si può dire e che può interessare il consumatore.
Poi aggiungerei la dimensione ancora ‘artigianale’ di chi fa vini da vitigni resistenti. Piccole cantine di famiglia con produzioni in cui si intrecciano storie di territori e di annate.
Sono davvero poche le aziende con PIWI che possono vantare numeri con tre zeri e queste più di altre dovrebbero saper mantenere un alto livello e non svendersi, la loro capacità di penetrazione nel mercato è una bandiera che parla dei PIWI e che gioca un ruolo fondamentale per il futuro di queste varietà.
Infine nello scenario produttivo non mancano le tante micro realtà senza cantina che si cimentano in piccoli appezzamenti e in altrettanto piccole produzioni. Giocano anche loro un ruolo e dovrebbero essere molto attente sul come introdursi sul mercato per non danneggiare tutto il lavoro qualitativo fatto dagli altri.
Sappiamo tutti bene come in passato qualche vino non all’altezza abbia finito per generare un sentimento negativo sui PIWI in molti addetti del settore.
Dopo questa filippica, nata probabilmente dall’aver ascoltato diverse lamentele sui PIWI, voglio riportare lo sguardo verso un futuro luminoso. Le vendite di vino sono quel che sono ma non è un problema esclusivo dei PIWI. In una condizione di normalità e ad armi pari (qualità/prezzo) i PIWI si vendono. C’è curiosità e sensibilità verso le tematiche ambientali. La maggioranza dei vini in commercio è già di alta qualità e non teme confronti. Continuiamo nella direzione della Qualità con ottimismo.
Think Positive – Think PIWI!





