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El Masut, il Merlot del domani da assaggiare oggi

Quando si parla di vini Piwi si pensa quasi esclusivamente  ai bianchi ma ci sono espressioni in rosso di grande qualità come questo El  Masut  2017 di Terre di Ger. Mettendoci il naso sopra mi è sembrato di tornare a Saint-Èmilion con i profumi  intensi di ciliegie e more mature dei celebri bordolesi e invece siamo a cavallo tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. Una zona che tradizionalmente vede il Merlot tra i protagonisti in vigna. 

Le uve del Masut sono pronipoti del celebre bordolese, hanno lo  stesso cognome ma in più hanno ricevuto le resistenze alle principali malattie fungine della vite. Si chiamano Merlot Khorus e Merlot Kanthus, vitigni da incroci di ultima generazione che esprimono al massimo il concetto di sostenibilità e di salubrità delle uve.

El Masut (piccolo maso), è un vino strutturato, complesso negli aromi. Vanno dalle ciliegie e more a sentori di erbe balsamiche e vegetali che ricordano la foglia di pomodoro e il peperone verde. All’assaggio Il frutto succoso e morbido è sempre presente e accompagna l’astringenza composta del tannino. Fresco e scorrevole nella sua età più dinamica. Si allunga nella persistenza con note calde di affinamento in legno e speziate di pepe nero e liquirizia. Il volume alcolico è equilibrato, del 13,5%.

Vorrei assaggiare questo vino a 10 anni dall’imbottigliamento, in età adulta, sono sicuro che sarà un grande Merlot. Per il momento ne apprezzo la freschezza e queste belle note balsamiche che accompagnano il concentrato di frutti rossi. Per questo vino (e grazie alla temperatura in calo), ho scelto l’abbinamento con un piatto tipico del basso varesotto, polenta (gialla) e bruscitt (straccetti di carne di manzo).

Terre di Ger, Via Strada della Meduna 17, Frattina di Pravisdomi (PN) – sito web

I vitigni PIWI: marketing o sostenibilità?

I vitigni PIWI: marketing o sostenibilità? 

Era il titolo dell’evento organizzato da Onav Varese nella bella location del Gran Palace Hotel. A presentarlo uno dei massimi esperti in materia di incroci di viti, il professore e breeder Marco Stefanini della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Tn). Il suo racconto ci ha accompagnato in un bel percorso di conoscenza delle varietà e di degustazione di 10 vini.

Sostenibilità, rispetto ed espressione del territorio sono impliciti nelle varietà di viti resistenti (PIWI) ma la collocazione e la percezione di questi vini sul mercato non è ancora chiara. Se da una parte si possono produrre vini con un minor costo in vigna e in zone considerate “meno vocate”, dall’altra c’è una ricerca e una sperimentazione di qualità che punta alla migliore espressione varietale possibile in un determinato territorio. 

A mio avviso una strada non preclude l’altra e infatti abbiamo produttori con vini Piwi che si posizionano su fasce di prezzo molto diverse, dovute al diverso impegno e investimento piuttosto che a pure logiche di marketing. 

Dalla serata è emerso (ancora), come i nomi possano essere un ostacolo all’accettazione di questi nuovi vitigni, vuoi perchè troppo fantasiosi (es. Solaris, Bronner..) o all’opposto troppo vicini agli storici genitori (Cabernet, Pinot, Merlot…). Dovremmo pensare maggiormente alla valorizzazione dei territori produttivi piuttosto che focalizzarci sui nomi… All’assaggio i vini hanno sorpreso e ricevuto numerosi apprezzamenti e qualche critica. Penso agli spumanti e ai bianchi dalla grande acidità che qualcuno ha trovato eccessiva. Cosa che per me è invece una grande dote. Amo la mineralità, la sensazione tagliente e la scorrevolezza nel palato indotta da un buon livello di acidità.

Penso che l’approccio ai vini Piwi richieda un’apertura mentale al nuovo, alla diversità gustativa. La “comfort zone” del vino di ogni winelover dovrebbe essere un luogo aperto dove selezionare tramite il nostro gusto tutto ciò che di buono viene prodotto, indipendentemente dal nome che porta. Per alcuni è però un luogo chiuso da tempo, fatto magari da poche varietà ed etichette. Ciò che differenzia un Piwi da un vino “tradizionale’ è un plus, non un deficit. 

Tornando alla serata, la degustazione è stata fantastica per tipologie assaggiate. Oltre ad apprezzare i vini provenienti da diverse regioni in cui è consentita la coltivazione, si sono assaggiate le microvinificazioni di due nuove varietà appena iscritte nel registro nazionale. 

Il Pinot Regina, sebbene vinoso ed evidentemente giovane al gusto, ha lasciato percepire la nobile parentela e la potenzialità di evoluzione. Sono certo ne usciranno grandi vini. 

Ancora più interessante l’F22P010 il vino (ancora senza nome), nato in FEM dall’incrocio di Teroldego e Merzling. Dimostra già una bella struttura e bevibilità. È una microvinificazione che senza dubbio convince e che spero possa essere il primo step per una rapida diffusione e valorizzazione in bottiglia. 

Purtroppo quando si parla di nuove varietà si mettono in conto tempi lunghi prima di raccogliere i risultati. Ci vorrà ancora qualche anno per trovare questi vini in commercio ma è ormai un traguardo vicino se si pensa ai quasi 15 anni di lavoro precedenti.

Gli altri vini degustati:  

  • Zero Infinito, Pojer e Sandri (Trentino; uve Solaris; spumante metodo ancestrale)
  • Santacolomba Brut, Cantina Sociale di Trento (Trentino; uve Johanniter, Solaris, Bronner; spumante metodo classico)
  • Santacolomba Più forte della magia, Cantina sociale di Trento (Trentino; uve Johanniter, Solaris, Bronner; bianco) 
  • A-Mors 2019 bianco, Le Rive (Veneto; uve Fleurtai, Soreli e Sauvignon Kretos)
  • Limine 2017, Terre di Ger (Friuli Venezia Giulia; uve Soreli 90%, Sauvignon Kretos 10%; bianco)
  • El Masut 2017, Terre di Gerr (Friuli Venezia Giulia; uve Merlot Kanthus e Merlot Khorus; rosso)
  • A-Mors 2019 rosso, Le Rive (Veneto; uve Cabernet Volos)
  • T.N. 11 Gandfels 2016, Thomas Niedermayr (Alto Adige, uve Piwi rosse)

Se dei bianchi si sono apprezzate le grandi doti di freschezza ed eleganza, nei rossi ha colpito la personalità ormai matura e capace di viaggiare allo stesso passo dei più conosciuti bianchi. Non mi sento di evidenziare nessuno perchè ognuno racconta davvero qualcosa di diverso e di egualmente interessante, perciò provateli e scoprite voi quali preferite!

Altra bella sorpresa della serata è stata una cassetta colma di grappoli di uve PIWI da tavola che si sono potute assaggiare. Zero trattamenti e 100% buon gusto.

Il futuro è anche questo.

Ringrazio Micaela e Umberto di Onav Varese, il Prof. Stefanini di FEM e Vincenzo di Civit per la bella serata e per lo sguardo verso il futuro che mi hanno regalato.

Limine 2018 e 2016, Terre di Ger

Per parlare di questo vino voglio iniziare dallo slogan che campeggia sul sito del produttore, “Il nostro lavoro finisce in campagna. Il vino è la naturale conseguenza“. Poche parole che spiegano perfettamente l’idea di vino della famiglia Spinazzè. Un’idea che ha portato Gianni Spinazzé ad essere anche uno dei fondatori dell’associazione Piwi Friuli Venezia Giulia.

Tra i quattro Piwi (due bianchi e due rossi), prodotti da Terre di Ger nei suoi circa 80 ettari al confine tra Veneto e Friuli, ho scelto di assaggiare il Limine, il nome deriva dal latino limen, che significa proprio soglia/confine. Avendo a disposizione le annate 2016 e 2018 ho pensato di confrontarle e percepirne l’evoluzione. L’uvaggio di questo vino bianco fermo è Soreli (90%) e Sauvignon Kretos (10%). Il Soreli è un incrocio tra Friulano (ex Tocai) e Kozma 20-3 che vede nella sua genealogia anche il Traminer oltre alle varietà resistenti. Il Sauvignon Kretos, come chiaramente si percepisce, è figlio del Sauvignon Blanc e di Kozma 20-3. Le uve provengono dai vigneti di Villaraccolta/Pasiano di Pordenone, coltivati su suoli argillosi e sassosi con presenza di fossili marini. 

I vini arrivano da due annate climaticamente abbastanza simili, seppur con qualche pioggia in più nel 2016 e temperature mediamente più alte nel 2018. Entrambi sono stati vinificati in parte in acciaio e in parte in barrique per 30 giorni, con affinamento poi sulle fecce fini per circa 7 mesi prima dell’imbottigliamento a fine maggio.

Vista la cornice, ora mi posso dedicare alle opere: Limine 2018 e Limine 2016.

Limine 2018, Terre di Ger

Nel calice è brillante con riflessi dorati, i profumi sono fini e floreali ma appena lo si fa danzare un pochino regala note di frutti esotici ed agrumi. All’assaggio si impone una bella mineralità e sapidità che accompagna sentori di frutta polposa come la pesca gialla fino ad un finale agrumato e citrino di grande freschezza. È abbastanza persistente negli aromi e le sensazioni minerali fanno venire voglia di un’altro sorso e di un’altro ancora. Più lo assaggio e più percepisco una felice armonia che è impossibile non apprezzare. Dopo due/tre piccoli assaggi sento sulla lingua un ricordo di salvia e di erba tagliata. È un vino che si fa gustare con calma, offrendo ad ogni sorso qualcosa di nuovo. Puoi semplicemente godertelo come aperitivo senza troppe seghe mentali oppure, come vorrei tanto provare in questo momento, con una tartare di tonno. Appare dinamico ma ha comunque un volume alcolico del 14% che è però bilanciato dalla notevole spalla acida. Mi ricorda le prime volte che assaggiavo il Tocai, di quanto mi piaceva e.. di quanto velocemente si faceva sentire! Quindi in definitiva, gran vino, elegante e potente come un To… Soreli deve essere.

Limine 2016, Terre di Ger

Anche qui il colore è brillante ma leggermente meno ‘squillante’, alla rotazione si formano degli archetti lenti che farebbero pensare ad un volume alcolico notevole ed invece è leggermente inferiore al precedente, è del 13,5%. I profumi sono più caldi e vegetali, penso al fieno, al miele e alla foglia di pomodoro, …un ricordo di Sauvignon blanc. La complessità è superiore ed è piacevole continuare ad annusarlo. All’assaggio è molto diverso, seppur con una sensazione minerale sapida più delicata che lo accomuna al precedente, qui ci si trova di fronte ad un bianco evoluto, rotondo e glicerico, il frutto è maturo ed avvolgente e la persistenza lunga. Il finale fresco e agrumato. È un vino maturo come si potrebbe definire una persona cinquantenne che ha già accumulato abbastanza esperienza nella vita ma che ha ancora molto da dire, quindi non mi sorprenderebbe di assaggiare questo vino tra 3/4 anni e trovarlo diverso, evoluto, con nuove ‘esperienze’ da raccontare. Se il precedente era adatto per un aperitivo questo come minimo dovrebbe accompagnare delle pappardelle ai funghi porcini o una spigola al forno.

Dopo averli assaggiati entrambi posso sintetizzare che il Soreli di Terre di Ger è un ottimo bianco che ti puoi godere nel sua giovinezza ed anche nella sua maturità dopo anni di affinamento. Ho apprezzato molto la pulizia e l’eleganza di questi due vini che coniugano con armonia la mineralità e l’aromaticità che li caratterizzano. A cena finita ho comunque continuato a sorseggiare con piacere il 2016… e pensato ai confini, quelli che ci poniamo e quelli che ci impongono. In fondo anche i Piwi sono vini di confine, limen tra incroci naturali e manipolazione genetica e limen per chi cerca vini senza residui ed ecosostenibili.

Terre di Ger è in Via della Meduna 17, a Frattina di Pravisdomini (PN) – sito

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