Categoria: Vini Veneto

Bolla Ballerina, Filippo De Martin

La Bolla Ballerina è un vino bianco frizzante non filtrato, rifermentato in bottiglia con il proprio mosto. Ottenuto da uve di Bronner 40%, e 60% da Pavana, Gata, Turca e altri vitigni autoctoni. All’assaggio, quando è ancora ferma, con i lieviti depositati sul fondo, ha profumi agrumati che ricordano l’arancia rossa. I  suoi primi passi nel palato sono tesi e leggermente effervescenti. Il volume alcolico è del 12,5%. Snella e agile conferma le note agrumate e sentori di frutta secca. Si allunga su un finale amarotico e sapido/minerale. Rimettendo in sospensione i lieviti si arricchisce in personalità, all’agrume solista si aggiungono le note orchestrali dei lieviti che armonizzano e rendono il sorso più completo e piacevole. Quella nota amarotica viene equilibrata da fragranze più dolci di pasticceria e ricordi di fragoline di bosco. Resta agile come una giovane ballerina. La persistenza si allunga. È certamente la versione che preferisco. Se avrete l’occasione di assaggiarla, il mio consiglio è di mettere prima in sospensione i lieviti, capovolgendo la bottiglia qualche volta, e poi stappare con cautela e degustare. Lasciatevi trasportare dalla danza delle sensazioni nel palato e godrete di un buon vino.

Il terroir Bellunese si conferma come uno dei più interessanti. La Ballerina di Filippo De Martin, prodotta in frazione Roncoi di San Gregorio, mostra un carattere unico dove la varietà Bronner si sposa felicemente con altre varietà autoctone. È arrivato il grande inverno ma sogno l’estate, il sole caldo, le cene all’aperto e tante bolle ballerine che danzano intorno.

Azienda Agricola Filippo De Martin, Via Roncoi di fuori 137, San Gregorio n. A. (BL) – Facebook

Reverso, Sara Meneguz

Pizza e? …vino naturalmente!. Basta con l’accoppiata birra, che oltretutto trasforma il mix in un gigantesco gonfiore. La bollicina delicata del Reverso di Sara Meneguz è perfetta per godersi il connubio di aromi e mantenere la bocca fresca.

Reverso è un bianco frizzante “col fondo” ottenuto da uve di Soreli, incrocio di varietà (Piwi) che ha la sua parentela più stretta con il vitigno Friulano (ex Tocai). A dare corpo e personalità a questo vino è la lunga storia vinicola della famiglia Meneguz che opera dal 1750, e la marna calcarea dei terreni di Corbanese (TV).

La tipologia di bottiglia e il tappo a corona, suggeriscono un consumo in gioventù.
Il vino si presenta limpido dentro il vetro trasparente e il residuo dei lieviti sul fondo è minimo.
Il profumo è pieno, rotondo ed invitante, con sentori di prodotti da forno e lieviti, spicca poi una bella nota aromatica vegetale che mi ricorda il basilico. L’assaggio conferma gli aromi completandosi con note di frutta esotica e mandorla amara. Il sorso è fresco e sapido con l’anidride carbonica che solletica il fondo del palato. Il volume alcolico è del 11.5%. Mi piace come si esprime, in modo nuovo e diverso dalla sua parentela con il Friulano.
Il finale amarotico si armonizza perfettamente con la tendenza dolce della pasta, anche quella della pizza. Abbinarlo è facile, l’unico rischio che correte è di finirlo troppo in fretta.

Azienda Agricola Meneguz Cesare di Sara Meneguz, via Ghette 13, Corbanese di Tarzo (TV) – sito

Lui e Lei, due Rebellis

Il 1975 porta con sé due eventi singolari che hanno una relazione con questi vini.  A New York i Ramones incidevano il loro primo brano “Judy is a Punk*”, un pezzo che ha segnato la storia del punk nel mondo (Anarchy in the Uk dei Sex Pistols uscì un anno dopo). Sempre nel ’75, all’Istituto di Ricerca di Friburgo, Norbert Becker realizzava un incrocio futuristico di varietà di viti che chiamò Solaris. Una varietà che ha parentele con il Riesling e il Pinot gris. Come vitigno si è diffuso sia in Germania che in altri paesi europei. In Italia è stato registrato nel 2013 grazie al lavoro dell’Istituto Agrario di S. Michele all’Adige.

I Rebellis che vi presento sono 100% Solaris, annate 2017 e 2018. In entrambe le bottiglie l’etichetta riporta in modo inequivocabile un’immagine dal sapore punk. Invita ad uscire dagli schemi classici del ballo e …del modo di fare viticoltura.  È infatti una viticoltura sostenibile quella praticata da Gianni Tessari, opposta a quella fatta di trattamenti chimici e vini costruiti. La vinificazione avviene con lieviti naturali e una fermentazione sulle bucce di 5-7 giorni. Ne risultano vini veri, arcaici per certi versi, che portano in bottiglia l’essenza del territorio e della filosofia produttiva

Il primo che vado a conoscere è il 2018. Bel colore dai toni caldi e solari. I profumi sono fragranti e fini, di fiori bianchi, di mandarino e mela. Il sorso è fresco e teso, elegante. Gli aromi si portano ricordi eterei, di miele e resine. Una leggera astringenza tannica fa da sponda alla morbidezza che si forma in bocca. È pronto e allo stesso tempo giovane, come un adolescente che ha bisogno di scaricare le tante energie che ha. Minerale, salino.

Il 2017 si presenta con potenza e un vestito completamente diverso, appariscente, con tutti i finimenti dorati. Rimanendo sulla metafora iniziale direi che ha le borchie e le catene. Un punkettone di quelli d’aver paura anche solo per come ti guarda. Ti pianta in faccia gli aromi terziari, di pietra focaia, d’arancia matura, candita. In bocca si moltiplica al quadrato e ti riempie come stessi masticando frutta sciroppata. Esagero nella descrizione ma la sensazione glicerica è ben presente. A sostenere tanta morbidezza c’è però una notevole sapidità, ci ritrovo il terroir vulcanico della zona e mi tornano ricordi di vini siciliani. Tanta sostanza per questo vino che nel 2018 ha ottenuto la medaglia d’oro ai Piwi Award. 

La sintesi del confronto potrei riassumerla dicendo che il 2017 è più immediato e imponente. Una  carta sicura da giocare in tavola. Ha raggiunto un’evoluzione tale che lo si può utilizzare sia durante una cena strutturata, magari con pietanze indiane aromatiche, piuttosto che in una serata rilassante ascoltando vecchi vinili e mangiucchiando quel che è rimasto in frigorifero. Un orange wine che non ti stanchi mai di sorseggiare.

La 2018 è più sofisticata, femminile, sensibile se si può dire. Ha il passo più corto e leggero, adoro sentire la delicatezza e la progressione vellutata degli aromi. Elegante e perfetta per un aperitivo. Immaginate una bellezza classica, l’abito lungo, nero, il portamento sicuro. Ma quando si avvicina scopri il piercing al labbro e il tatuaggio ‘Rebel’ sul collo. È lei ad approcciare. Wow 😍.

I vini di Giannitessari regalano sempre belle emozioni.

Giannitessari, Via Prandi 10, Roncà (VR) – sito

Resilienti e splendenti

Più attuale che mai, il termine “resiliente” ci accompagna da mesi in un continuo riorganizzare le nostre vite per far fronte alle difficoltà. Leggerlo su una bottiglia fa riflettere su quale legame possa esserci con il vino. La resilienza si può intendere anche come resistenza, ed in questo vino bianco caratterizza le varietà di viti da cui sono tratte le uve. Ben otto varietà, tutte che resistono agli attacchi delle malattie fungine più diffuse in viticoltura. Vitigni ottenuti da incroci naturali, conosciuti anche come PIWI*.

Resiliens 2019, Le Carline

Aromera, Muscaris, Johanniter, Sauvignon Rytos, Sauvignon Nepis, Souvignier Gris, Fleurtai e Soreli. Sono questi i nomi delle varietà utilizzate. Le prime due possono ricordare le varietà aromatiche tipo il Moscato, la terza ha legami stretti con il Riesling, dei Sauvignon è chiara la parentela mentre il Souvignier Gris è vicino al Gewurtztraminer ed infine Soreli e Fleurtai sono figli dell’ex Tocai ora chiamato semplicemente Friulano.
Come territorio ci troviamo a Pramaggiore (VE) su suoli di origine alluvionale con componente argillosa e limosa.
Fatta questa premessa si può “leggere” il vino con dei riferimenti che possono aiutarne la comprensione.
Alla vista è splendente, di un giallo paglierino con riflessi verdognoli che denotano giovinezza.

Racconta di freschezza, con profumi intensi che fanno capo alle varietà aromatiche. Sentori floreali di rose, glicine e uva spina. All’assaggio si percepisce la complessità aromatica dell’assemblaggio e un buon corpo. Gli aromi mi suggeriscono la frutta tropicale polposa e note vegetali di Sauvignon, foglia di pomodoro e bosso. Acidità e sapidità giocano un ruolo fondamentale nell’ingresso, poi prosegue espandendosi con morbidezza tra le guance in un finale di buona persistenza.
È un ottimo vino, da ascoltare con calma, come se si ascoltasse un disco. Dalla prima all’ultima traccia aromatica, cercando tra i ricordi olfattivi. Un gioco che anche il meno esperto può condurre con soddisfazione.
Se avrete l’occasione di assaggiarlo, consiglio l’abbinamento con pesci saporiti. Io l’ho degustato con piacere insieme ad un dentice al cartoccio con patate. Il volume alcolico è del 12%, è un vino certificato Biologico e Vegan. Medaglia d’oro ai recenti Piwi award 2020.


Resiliens rosso 2018, Le carline

In questo vino rosso dell’annata 2018 i profumi sono complessi, dai toni scuri, ricordi di mirtillo, prugna, viola, ma anche di vaniglia e qualcosa di vegetale. In bocca la sensazione è di croccante e succoso, con un frutto fresco che esce bene nel retrogusto. Ci trovo anche un piacevole accenno di salmastro, quasi a ricordare che il mare non è così lontano. Ha i toni del vino giovane e dinamico ed una facile beva che lo rende adatto ad esempio ad accompagnare i pranzi quotidiani. Penso ai piatti casalinghi a base di pasta o ai salumi nostrani.

L’insieme delle varietà (Prior, Cabernet Cortis, Cabernet Carbon, Cabernet Volos, Roesler, Merlot Kanthus, Merlot Khorus, e Cabernet Eidos), conferiscono senza dubbio un bouquet variegato che nella vinificazione in acciaio mantiene le caratteristiche di freschezza per cui si apprezza questo vino. 

Le Carline, via Carline 24, Pramaggiore (VE) – sito

Via Sonora 2018, Filippo De Martin

Il vino è una forma d’arte che in questo Via Sonora 2018 si percepisce già dall’etichetta. Una serie di onde che raccolgono e trasportano fino a me, a 300 km di distanza, l’eco del terroir Bellunese di San Gregorio nelle Alpi con i suoi profumi.

Come ogni opera d’arte, anche questo vino è unico, fatto artigianalmente con i soli colori messi a disposizione dalla natura a cui poi l’eno-artista Filippo De Martin ha donato carattere e bellezza.

Profuma di fiori bianchi, di frutta esotica e di note vegetali che mi ricordano l’erba tagliata e la foglia di menta. All’assaggio l’eco Bellunese diventa voce, minerale e fresco. Quella mentuccia che sentivo all’olfatto si allarga su sentori di foglia di pomodoro e timo. Un profilo aromatico davvero intrigante che esalta questo vino da uve di Solaris 100%. 

La spiccata acidità e una sapidità non preponderante, accompagnano a lungo gli aromi fragranti che sono i veri protagonisti in questo vino. L’annata è la 2018 ma sembra una 2020 per la verticalità e freschezza che dimostra. Mi fa pensare ad una longevità che va oltre le normali aspettative di un vino bianco.  

Le uve sono coltivate all’altitudine di 700 m/slm nel versante sud-est del Col De Doro, su terreno Morenico di origine glaciale con prevalenza di ghiaia calcarea. Vinificato con macerazione di un giorno e fermentazione in acciaio. Rimane generalmente sui lieviti fino a luglio quando viene imbottigliato.

Elegante come solo la natura nel suo splendore riesce ad essere, regala al palato grande soddisfazione. Si adatta ad esempio ad accompagnare una cucina esotica o ad accogliere gli amici che sanno apprezzare la qualità. Volume alcolico 12,5%. Ottimo se degustato molto fresco.

2020

Azienda Agricola Filippo De Martin, Via Roncoi di fuori 137, San Gregorio n. A. (BL) – Facebook

Quanto vale la sostenibilità?

Workshop, Seminario e Fiera Bio & Piwi. Oderzo 24 ottobre 2020.

La risposta che vorrei dare alla domanda del titolo di questo evento, svoltosi qualche giorno fa, è che la sostenibilità vale quanto il nostro futuro. Si potrebbe sintetizzare che non possiamo più avere uno stile di vita basato sullo sfruttamento delle risorse a discapito della salute nostra e del pianeta. In ambito vinicolo la sostenibilità vale la salute degli operatori, di chi vive in prossimità delle vigne e della vita stessa del terreno e degli organismi viventi che lo popolano. A queste necessità ma anche alle problematiche conseguenti al cambiamento climatico e al proliferare delle malattie della vite, i vitigni resistenti (Piwi), protagonisti di questo evento, forniscono la risposta più avanzata e sostenibile.

L’organizzatore dell’evento è l’associazione Biovenezia che nell’ambito del progetto Territoribio pone l’attenzione sulla coltivazione biologica e su come si possa creare un futuro più sostenibile coinvolgendo i diversi protagonisti nella regione Veneto ma non solo. Una mission importante che in ambito vinicolo e Piwi vede una costante crescita di produttori e una sempre maggiore attenzione da parte dei consumatori.

Se poi diamo uno sguardo al  futuro e al lavoro di enti di ricerca come il CREA e alle selezioni in atto tra i vivaisti si possono vedere numerose varietà Piwi che andranno a implementare l’offerta di vitigni resistenti. Essendo in Veneto, la varietà più attesa è senza dubbio la Glera (Prosecco) resistente. Sarà disponibile nel giro di qualche anno e potenzialmente potrebbe segnare una svolta epocale verso la sostenibilità.

Alexander Morandell, Lionella Genovese e Daniele Piccinin

Passiamo ora al succo della manifestazione, quella in presenza, che grazie al team di Biovenezia con il suo presidente Daniele Piccinin e alla forza inesauribile di Lionella Genovese si è potuta svolgere. C’era davvero bisogno di conoscersi e guardarsi negli occhi di persona. Per quanto veri, i rapporti digitali sono comunque un’altra cosa. Conoscere persone come Alexander Morandell è stato un grande onore, così come salutare per la prima volta produttori che avevo sentito solo per telefono o email.

Il succo, quello vero e fermentato, si è degustato nei 22 calici proposti al seminario sui Bio & Piwi. Il livello qualitativo è stato elevato e ha mostrato un panorama variegato sui Piwi Veneti e non solo. Sebbene abbia fatto fatica a sintetizzare un giudizio di ogni vino in pochi secondi e con un solo piccolo sorso di vino, posso dire che qualcuno è riuscito comunque a colpirmi al cuore come novità o a confermare quella piacevolezza che già conoscevo.

Voglio citare, in ordine di degustazione: 

Reverso 2019 di Sara Meneguz – Corbanese di Tarzo (TV)

Aromera 2019 di Wineplant – Caldaro (BZ)

Resiliens 2019 de Le Carline – Pramaggiore (VE)

Solaris 2019 AVA Consorzio Viticoltori Alpago – Chies d’Alpago (BL)

A-mors 2019 bianco de Le Rive – Ponte di Piave (TV)

Planties Weiss 2019 di St Quirinus – Caldaro (BZ)

Ratio 2019 (Bronner e Johanniter) di Ceste Vini – Govone (CN)

Rukh 2018 (Bronner e Johanniter) di Nove Lune – Cenate Sopra (BG)

Rebellis 2018 (Solaris) di Giannitessari – Roncà (VR)

Souvignier Gris 2018 della Cantina Gentili – Caprino Veronese (VR)

La giornata è proseguita al banco di degustazione che si è svolto in un bel clima rilassato e con la possibilità di soffermarsi a chiacchierare con ognuno. È stato bello scoprire alcune produzioni al banco di Piwi International dove ho trovato gli amici Gabriele (enologo in Nove Lune) e Devid della cantina Alpi dell’Adamello. Di questi assaggi segnalo per piacevolezza l’Immelen 2018 da uve Solaris della cantina svedese Kullabergs.

Ho poi avuto il piacere di conoscere il Dott. Cecon e le vinificazioni dei nuovi vitigni VCR ed apprezzarne in particolare il bianco Kersus e il rosso Pinot Kors. Penso che in futuro ne usciranno grandi vini.

Dopo questi assaggi e in prossimità del ritorno a casa, ho fatto un ultimo giro da Alessandro Sala di Nove Lune per assaggiare il fresco Heh da uve Solaris e raccogliere il consiglio di una persona lì presente, di cui purtroppo non ricordo il nome, e che magari qualcuno mi suggerirà in seguito. Una nota di colore in chiusura di questo articolo. Il consiglio riguardava il tasso alcolemico (che mi portava a rifiutare altri assaggi) e l’assunzione di due bicchieri d’acqua prima di mettersi alla guida che ne avrebbero abbassato drasticamente il livello, tanto da non renderlo rilevabile. A me sembrava una teoria bislacca comunque prima di uscire me li son bevuti con gusto quei due calici d’acqua e mi son mangiato anche quei crackers che avevo in auto… (nessun problema nel tragitto).

Mi dispiace non aver avuto più tempo a disposizione per soffermarmi con ognuno, mi ci sarebbero voluti tre giorni almeno. Questa manifestazione ha dato visibilità al lavoro di molti ed è un importante passo per un riconoscimento sempre più allargato dei vitigni e dei vini Piwi. Un appuntamento che spero sia solo il primo di una lunga serie nella bella location della cantina sociale di Oderzo, Opitergium.

Grazie a tutti!

Luca Gonzato

Per maggiori informazioni: Biovenezia , Territoribio

3|6|9 2019 Ca’ Apollonio, buona la prima

L’emozione di assaggiare un nuovo vino Piwi è sempre grande e lo è ancor di più se si tratta dell’opera prima di Ca’ Apollonio. Una realtà in costante sviluppo che punta ad essere un riferimento nella coltivazione biologica e di vitigni resistenti in Italia. Il vino 3|6|9 è il biglietto da visita, ci racconta di 3 anni di sovesci, 6 anni di impianti, 9 anni di permacultura e di sole 369 bottiglie prodotte per questa anteprima. 

I toni tenui e luminosi accompagnano profumi intensi di fiori bianchi e frutti tropicali. All’assaggio ne percepisco una spiccata acidità e salinità che fanno da spalla ad una elegante progressione aromatica di frutti maturi come la pesca bianca e la mela golden. Con vino degustato fresco si hanno sensazioni di frutto croccante e minerali, quasi gessose. Con l’alzarsi della temperatura si passa a note più rotonde e avvolgenti. La vena salina rimane ma si apprezza anche la morbidezza alcolica e glicerica.

Il 369 è vestito di chiaro ma con il suo 13,5% di Vol. ha un corpo da rosso. Decisamente un bel vino, armonico nell’insieme e piacevole nel gusto. Mi ha fatto pensare a Luce, il primo brano cantato in Italiano da Elisa, “…Parlami, come il vento fra gli alberi; Parlami, come il cielo con la sua terra…”

Grande opera prima, espressione veneta del territorio ai piedi del Monte Grappa nel comune di Romano d’Ezzelino (VI) e di un vitigno dal grande potenziale quale è il Souvignier Gris. L’annata degustata è la 2019.

Dietro le quinte di questo vino si trovano Maria Pia Viaro Vallotto e Massimo Vallotto artefici del progetto Ca’ Apollonio e l’enologo Nicola Biasi, miglior giovane enologo d’Italia 2020 (da Associazione Vinoway Italia), conosciuto anche per il suo Vin de la Neu.

Azienda agricola Ca’ Apollonio, Romano d’Ezzelino (VI) – Pagina Facebook

Souvignier Gris 2018, Enrico Gentili

Questo vino di Enrico Gentili è uno di quei vini che mi è maggiormente piaciuto degustare in questo periodo. Forse perchè inizialmente faticavo ad inquadrarlo. È la terza volta che lo assaggio in tre diverse situazioni. Ogni volta ne coglievo qualcosa ma mi sembrava di non capirlo completamente. La prima volta mi è sembrato delicato, persino sottile, ed invece oggi ne godo del suo bel corpo e della complessità aromatica. Cosa è cambiato?, tutto e niente. È cambiata la temperatura di servizio e quella esterna. È cambiata la situazione, da tante persone e rumore a solo due e tranquillità intorno. Siamo noi assaggiatori e consumatori a percepire un vino in modo diverso ma è il contesto a condizionarci. 

Questo Souvignier Gris 2018, Veneto IGT, ha la capacità di sapersi offrire nel migliore dei modi sia servito molto freddo, come uno spumante, in un aperitivo tra amici, piuttosto che leggermente fresco in una cena intima. Nel primo caso è verticale, diretto e minerale con la sua grande acidità che te lo farebbe deglutire come fosse acqua di sorgente. Mentre degustato a cena, fresco ma non freddo, mostra quella che secondo me è la sua veste migliore, più rotonda e complessa dove comunque c’è quella grande freschezza determinata dall’acidità e mineralità a mantenerlo equilibrato. 

Ad una temperatura molto fredda si percepiscono note di fiori bianchi e agrumi, alzandola gli aromi regalano sensazioni di frutti tropicali e polposi con ricordi di mela golden, fieno ed erbe balsamiche come il timo. Il volume alcolico del 13,5% non si percepisce, se non dopo qualche calice. Elegante nella progressione e persistente a lungo nel palato. Medaglia d’Oro Piwi International 2019. Più che meritata per l’armonia che contraddistingue questo vino.

È ottenuto da una vinificazione con fermentazione spontanea e lieviti indigeni (naturalmente presenti sulle bucce e in cantina). Viene poi affinato 1 anno in terracotta, antico materiale che da 6000 anni accompagna l’evoluzione del vino e lo lascia respirare mantenendolo vivo. Dopo questo periodo viene imbottigliato senza filtrazione, così da mantenere tutte quelle particelle che andranno ad arricchire il ventaglio aromatico.

Il Souvignier Gris è tra i vitigni Piwi che preferisco. Le uve  hanno un bellissimo colore rosato e gli aromi sono intriganti, figli di una genealogia unica. Se a questo si aggiunge il Terroir del Lago di Garda, zona del Bardolino, ed una viticoltura rispettosa e sostenibile, si può immaginare quale grande risultato ne possa nascere. 

Enrico e la sorella Elisa Gentili portano avanti un progetto di riscoperta di antichi vitigni, di valorizzazione del territorio e di sperimentazione di varietà dal minor impatto ambientale possibile, come questo Souvignier Gris. Un progetto che trova la sua sintesi nella definizione di “sinceramente vino”. Un modo efficace per comunicare quella  sostenibilità ambientale che praticano in vigna e la naturalità del vino che arriva in bottiglia.

2020

Se siete sul Garda non perdetevi l’occasione di una sosta alla Cantina Gentili in via S. Antonio 271 a Caprino veronese (VR) – sito

Note sul vitigno: Il Souvignier Gris, è un vitigno resistente alle principali malattie fungine della vite (Peronspora e Oidio), figlio dell’incrocio delle varietà Seyval e Zaheringer. È stato iscritto nel registro italiano delle varietà nel 2014. L’ibridazione risale al 1983 da parte di Norbert Becker dell’Istituto di Friburgo in Germania. Per ibridazione si intende un incrocio ottenuto da impollinazione, semi e selezione della varietà migliore (non è un OGM). Dalle informazioni del breeder, Becker, si è ritenuto per anni che derivasse dall’incrocio di  Cabernet Sauvignon e Bronner (altro vitigno resistente), ma gli studi genetici e i marcatori hanno dimostrato che i veri genitori sono Seyval e Zaheringer. Dal primo arriva quella piccola percentuale di vitis non vinifera resistente alle malattie fungine e dallo Zaheringer (oltre il 95%), la parte di vitis vinifera che ha nella sua genealogia il Gewurtztraminer (da cui ha probabilmente ricevuto la tipica colorazione rosa delle bucce) e il mitico Riesling renano.

Viaggio alla scoperta dei vini Piwi di Pizzolato

Con l’assaggio di questi vini ho scoperto una bella realtà vinicola del Veneto, la Cantina Pizzolato di Villorba (TV). È un’azienda agricola che sin dai suoi esordi, nel 1981, ha orientato la sua produzione al biologico, ottenendo anche la certificazione Vegan. I vini Piwi che vi presento (da vitigni resistenti alle malattie fungine), sono così la naturale evoluzione di Pizzolato verso la più alta sostenibilità ambientale e per l’ottenimento di vini che superano gli standard del biologico in quanto a “naturalezza”. 

Ad accompagnare questo percorso c’è poi una forte identità di comunicazione che è impossibile non notare e che si esprime nelle etichette dei vini. Mi hanno subito incuriosito quei colori sgargianti così poco formali. Maneggiare queste bottiglie è stato divertente. Sono dettagli, se vogliamo ininfluenti nella degustazione di un vino, ma contribuiscono a raccontare le caratteristiche di un vino e la filosofia di una cantina.

La bottiglia è bassa e tozza, credo sia la bordolese imperiale. Le etichette, coloratissime, hanno un disegno a metà strada tra l’esotico/hawaiano e il techno/floreale. Il focus è sulla libellula, simbolo di naturalità e trait d’union della linea Piwi di Pizzolato. Fuoriesce sollevandosi con le ali, così che la si possa afferrare e sollevare insieme all’etichetta. Un modo divertente per scoprire il concept di “Visione. Partenza. Esplorazione. Evoluzione.”


Ho’Opa 2019, Pizzolato

Ho’Opa è “la meta”, (nome ispirato da un’antica lingua parlata dal popolo Hupa). Vino bianco frizzante col fondo, da uve di Johanniter. Vetro trasparente e tappo a corona mi dicono che è un vino da consumare giovane. Prima di versarlo bisogna capovolgerlo per rimettere in sospensione i lieviti depositati e poterli assaporare. Il vino ha riflessi verdolini e profumi che ricordano i frutti tropicali, l’ananas, il mango, poi i fiori bianchi e l’erba appena tagliata. All’assaggio si confermano gli aromi e si apprezza la bella freschezza ed effervescenza. Sul finale arriva una nota agrumata, penso al pompelmo. La leggera effervescenza lo rende dissetante e croccante. Ha solo l’11% di volume alcolico. È un vino per l’estate, da consumare molto fresco, magari nei bar del lungomare. Lo vedrei bene anche in bottigliette da 0,33cl in alternativa alla classica birretta. Da far uscire dal frigorifero una dopo l’altra, spizzicando una frittura di pesce.

2020

Huakai 2019, Pizzolato

Huakai è “il viaggio”, (spostamento che si compie da un luogo di partenza a un altro nelle etimologie asiatiche). Vino bianco fermo da uve Bronner. Bel colore dorato e brillante. I profumi sono floreali, con sensazioni di grassezza e rotondità. Penso al glicine, al miele di acacia, a frutta gialla polposa. In bocca è caldo ed equilibrato. L’acidità ben presente lo rende facilmente bevibile. La sensazione gustativa si sposta sulla pesca gialla e sui frutti tropicali. Nel finale si percepisce una certa mineralità e il ritorno della fragranza floreale. Qualcosa mi ricorda gli Chardonnay passati in legno. In effetti, guardando la scheda del produttore, posso spiegarmi la sensazione con il fatto che il 10% del mosto fermenta in barrique di rovere per circa tre mesi e riposa poi sui lieviti per quattro mesi. Il volume alcolico è del 13%. Mi piace molto, lo trovo armonico, complesso e di grande piacevolezza, ha anche un ottimo rapporto qualità/prezzo. Spigole e orate sono in fila per farsi accompagnare.


Konti-Ki 2019, Pizzolato

Konti-Ki è “il mezzo” (la zattera usata dall’esploratore e scrittore norvegese Thor Heyerdahl nella spedizione del 1947 attraverso l’Oceano Pacifico dal Sud America alle isole della Polinesia). Un vino rosso fermo, senza aggiunta di solfiti, da uve di Merlot Khorus, Cabernet Cortis e Prior. Colore intenso rubino/amaranto. I profumi sono fini ed eleganti di piccoli frutti rossi in confettura, viola ed aromi balsamici, mi ricordano la mentuccia e la lavanda. All’assaggio è un’esplosione di piccoli frutti, penso a marasca, ciliegia, lamponi, mirtilli. Sul finale c’è una gradevole nota vegetale. I tannini sono sottili e si lascia degustare con gran facilità. Il volume alcolico è del 12,5%. Non è lunghissimo nella persistenza ma lascia un bel retrogusto di ciliegia che in qualche modo ricorda la Lacrima di Morro d’Alba. Non dovrei fare paragoni ma mi ha acceso questa lampadina. Ha un corpo snello che ben si adatta ad accompagnare diversi piatti. L’ho degustato fresco, è giugno e ci sono 25° a Milano. Aver abbassato la temperatura di un paio di gradi ne ha esaltato la fragranza, è uno di quei rossi da bere con piacere anche d’estate. Penso a questo vino come ad un vino dell’accoglienza, per quando viene qualcuno a trovarti e metti la soppressa veneta sul tagliere, basta poi un pezzo di pane per formare il trittico perfetto… (ma questo è scontato), varrebbe la pena di fare un delivery dal ristorante indiano con il pollo tandoori e provare l’abbinamento. 


Dopo aver degustato questi tre vini della Cantina Pizzolato, e un paio di altri da vitigni tradizionali, mi sento davvero soddisfatto e mi complimento con chi lavora in questa realtà. A parte la qualità dei vini, ho visto una strategia di comunicazione forte, diversa e intrigante. L’indirizzo specifico di questi vini, dedicati ad un pubblico giovane e ad un consumatore attento, gli fanno guadagnare un posto nuovo nel panorama vinicolo, un luogo tutto da scoprire, fatto per chi ama viaggiare.

Cantina Pizzolato, via IV Novembre 12, Villorba (TV) – sito web

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